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Il XXI secolo è il tempo del Diavolo: la lotta tra Dio e Satana infuria più che mai. E la domanda di esorcismi cresce vertiginosamente.
“La disintossicazione dal diavolo” è diventata una vera e propria industria, con i suoi sostenitori, congressi internazionali e, naturalmente, aspri detrattori: la comunità scientifica, ad esempio, lo avversa, definendolo primitivo, violento, arcaico. Anche il Vaticano ha riconosciuto la pratica dell’esorcismo con atteggiamento altalenante: a volte lo ha promosso, altre ha dimostrato di averne imbarazzo, altre ancora lo ha condannato.
Interviene il sociologo delle religioni Massimo Introvigne.

Ascolta da radiotre rosso scarlatto

Papi e Galileo

di Salvatore Zappalà

Le proteste dei professori della Sapienza contro il Papa. “Molto rumore per nulla!”

Alcuni mesi è esplosa la protesta da parte di alcuni docenti di fisica dell’Università La Sapienza di Roma che ritenevano sbagliato che papa Benedetto XVI parlasse all’inaugurazione dell’anno accademico.

Questo manipoli di docenti rimproverava al papa alcune sue posizioni in merito al processo di Galileo. Il Papa, in un suo discorso di alcuni anni fa sosteneva che il processo a Galileo sarebbe stato un processo equo e giusto. Questa tesi ha molto irritato i fisici.

Francamente non riesco a comprendere la ragione di tante proteste da parte dei fisici per le posizioni del papa. Benedetto XVI è stato per oltre un ventennio Prefetto alla Congregazione per la dottrina della fede, ex Santo Uffizio, ex Tribunale della Santa Inquisizione, cioè quel tribunale che ha condannato Galileo Galilei. L’erede di tutti gli inquisitori non può certo sconfessare l’operato dei suoi illustri predecessori (da Torquemada a Bellarmino).

Anche Ratzinger ha processato e condannato molti importanti teologi. Giovanni Paolo II passerà alla storia come colui che ha perseguitato e defenestrato quasi tutti i migliori teologi cattolici (Haering, Kung, Boff, Dupuis, Metz, tanto per fare qualche nome importante). La condanna forse più importante e anche simbolica di Giovanni Paolo II è stata quella del Prof. Hans Kung, uno degli esponenti di maggior rilievo del Concilio Vaticano II, nonché rettore dell’Università di Tubinga. Essere rettore in quell’università significa essere il teologo numero 1 al mondo.

I teologi si sono ribellati con il Manifesto di Colonia nel 1989, a cui è seguita la terribile Donum veritatis, una istruzione sulla funzione dei teologi nella Chiesa:

a) i teologi non possono esprimere dissenso nei confronti delle gerarchie, ma solo volontà di leale ossequio;

b) né mobilitare il popolo di Dio su argomento controversi, né esprimere opinioni personali su argomenti controversi;

c) non devono avere spirito critico, ma al massimo una più blanda esigenza critica.

Ratzinger ha continuato a fare più o meno quello che facevano gli inquisitori: controllare il pensiero e tagliare le teste scomode.

Ma torniamo a Galileo. Il processo a Galileo fu un processo giusto? Galileo andava condannato? La risposta è affermativa. In tutta la storia dell’Inquisizione questo fu l’unico processo più sensato e più giusto a perenne memoria dell’inconciliabilità della scienza moderna con la religione cristiana e più in generale con tutte le religioni del mondo. Anche nel mondo islamico nel 1993 (cioè 15 anni fa!) la suprema autorità islamica Ibn Baaz condannò uno scienziato islamico perché sosteneva la sfericità della terra. “secondo il Corano la terra è piatta e chi dice il contrario è solo un ateo”. I libri dello scienziato sono stati bruciati in pubblica piazza. Le religioni solitamente spesso hanno propagandato una visione geocentrica molto semplificata e involuta. In ambito protestante si fanno conferenze con fior di teologi e preti per stabilire se la Bibbia abbia una visione geocentrica o no del cosmo.

A mio parere non ha più senso parlare di scontro tra fede e scienza, la scienza ha dissolto la cosmologia delle religioni. Il vero scontro è tra l’esegesi e la teologia. Qualsiasi testo religioso sottoposto ad un esame critico ed esegetico si briciola in mille pezzi. Il Commento a Giovanni di Don Rinaldo Fabris (membro della Pontifica commissione biblica) ne é un esempio lampante. Fabris riporta i giudizi di vari esegeti credenti di fama mondiale (Schnakenburg, Hengel): il Vangelo di Giovanni sarebbe un caos disordinato di difficile lettura.

Per inciso, Ratzinger ha condannato un importante biblista Joseph Imbach perché metteva in dubbio l’esistenza dei miracoli.

Ma vi è di più. Nel 1973 a San’a nello Yemen dei muratori trovarono delle antiche pergamene dietro un muro. Furono consegnate a studiosi occidentali e si scoprì che erano antiche pergamene con testi del Corano. Cosa molto importante: c’erano testi differenti da quelli conosciuti oggi. Le autorità yemenite hanno tentato di distruggere i microfilm delle pergamene: era venuta meno l’infallibilità del testo coranico! A tutt’oggi esistono almeno 4 versioni del corano, oltre si è ormai certi del fatto che alcune sure sono andate perdute.

Ai credenti resta solo il fondamentalismo: affermare l’infallibilità letterale del testo religioso. È inevitabile. Solo così ad esempio la Chiesa cattolica afferma tuttora l’esistenza fisica di Adamo ed Eva, la creazione della stirpe umana a partire dal solo Adamo (monogenismo), l’esistenza del demonio, la concretezza dei miracoli (caso Imbach) fino ad arrivare anche all’unicità salvifica di Cristo e della Chiesa, la divinità di Cristo (Dominus Iesus).

Se i testi religiosi vengono letti con ragione critica e metodi storico-scientifici si sbriciolano in mille pezzi e soprattutto emerge la loro enorme distanza storica e culturale con il mondo attuale. Adattare un testo religioso all’uomo moderno significa spesso o tradirne il significato o farne una caricatura.

Il papa è solo l’ennesimo fondamentalista cristiano. Deve inevitabilmente sostenere l’infallibilità della Scrittura e la giustezza del processo a Galileo.

Quei fisici dimenticano – o forse non sanno – che contemporaneamente a Galileo nelle polverose stanze dei biblisti del Rinascimento e della Controriforma quasi silenziosamente si faceva a pezzi scientificamente la Bibbia. Semler, un noto biblista del XVIII secolo affermò che in interi libri della Bibbia non c’è la Parola di Dio, e più radicalmente anche Samuel Reimarus. Il termine fondamentalismo che oggi applichiamo al mondo islamico, in realtà nasce in ambito cristiano e protestante. In ambito protestante infatti si sviluppò la teologia fondamentalista in contrapposizione alla teologia liberale che utilizzava il metodo storico-critico alla lettura della Bibbia. Il fondamentalismo tende ad affermare l’infallibilità del testo sacro e rifiuta o comunque guarda con sospetto gli studi esegetici.

Hanno torto i professori di fisica quando hanno gridato allo scandalo per le dichiarazioni di Benedetto XVI sul processo a Galileo. A mio parere costoro guardano il problema tra scienza e fede in un’ottica ormai superata.

Invece di attaccare il papa sul problema del rapporto tra scienza e fede e sul processo a Galileo Galilei, lo si dovrebbe attaccare in merito alla sua attività di Prefetto alla Congregazione per la dottrina della fede. Per oltre un ventennio Ratzinger ha calpestato la libertà di espressione e di ricerca dei teologi. Li ha sottoposti a procedure inquisitoriali. Gli stessi teologi si sono ribellati al regime di ferro che egli ha imposto alla teologia. Molti dei teologi processati dal papa continuano ad insegnare nelle università laiche, non in quelle cattoliche.

A me dispiace dirlo, ma non dovevano protestare i fisici, bensì i giuristi dell’Università La Sapienza. InfattiAgendi Ratio), che è un simulacro di processo, la negazione di qualsiasi forma di diritto. I giuristi dell’Università La Sapienza che non hanno detto nulla in merito a questo dovrebbero proprio buttare le pergamene di laurea che hanno appese nelle loro stanze!

Nota-lampo di Carmelo R. Viola

Il sistema-costume capitalismo non è soltanto criminogeno, è anche “idiotizzante”. Lo prova l’attuale diatriba a proposito dei redditi (che Visco aveva saggiamente e legittimamente messo a disposizione di tutti) se renderli visibili o se coprirli sotto il velo ipocrita della riservatezza (privacy). Infatti, alla base di tale contenzioso c’è la presunzione nientepocodimenoche giuridica della legittimità delle inique differenze abissali del potere di acquisto (alias ricchezza) che distinguono i cittadini cosiddetti “sovrani” di una pretesa “repubblica fondata sul lavoro”.

Abbiamo detto criminogeno e “idiotizzante” Il primo attributo significa che il capitalismo produce crimini quali, appunto, la povertà, la ricchezza parassitaria (proprietà privata illimitata: vedi appunto le inique differenze abissali), la criminalità da fame e/o da emulazione e le varie mafie.

Tutto questo sconfessa la democrazia del lavoro e la sovranità del popolo. Se esistesse la prima, non esisterebbero le differenze abissali inique in questione; e se esistesse la seconda, i cittadini non potrebbero mai accettare le astronomiche discriminazioni che cozzano con le due cose.

Il secondo attributo vuol dire lo sfascio della logica su cui si fonda una sana filosofia della vita, il riconoscimento dei diritti naturali, tra cui la parità economica, e ogni vera scienza. E allora si mettono su discorsi che fanno acqua da tutte le parti. Il primo è quello della legge che si trova a legittimare situazioni naturalmente-logicamente illegittime che si confutano da sé e si dibatte fra legalità (che non è legittimità) della visibilità dei redditi, fra diritto alla riservatezza (privacy) degli stessi e le possibili interpretazioni di sé stessa. A tutto questo qualcuno aggiunge la preoccupazione che la detta visibilità possa provocare invidie e dissidi e favorire gli “addetti alla predazione paralegale” (furti, rapine, sequestri e via dicendo).

Ebbene, i termini del problema sono totalmente diversi: non si tratta di nascondere le inique differenze abissali ma nel non produrle. Non produrle significa realizzare una vera democrazia del lavoro ed una vera sovranità del popolo. In tal caso, non si ha motivo di nascondere ciò che prima che legale è legittimo. Non sorgono né invidie né concorrenze delinquenziali. In ogni caso, l’anagrafe tributaria è una fonte pubblica: la prova documentata che nessuno ha potuto accumulare profitti parassitari: se ci sono timori, vuol dire che c’è qualcosa di illecito da nascondere!

Stando così le cose, non è impossibile che la logica venga dichiarata, prima o poi, una pratica sovversiva!

Peppino Impastato


Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, a Cinisi, sulla costa palermitana, un ordigno esplode nel tratto ferroviario Palermo-Trapani.
Un giovane militante di sinistra trova una tragica morte: è Giuseppe Impastato. Sono gli anni delle BR. Gli inquirenti non hanno dubbi: Peppino è morto nel goffo tentativo di organizzare un attentato dinamitardo.
Ma è una menzogna. A volerlo morto e’ il boss mafioso Gaetano Badalamenti.
Non ha perdonato a Peppino Impastato le irriverenti denunce partite dai microfoni di Radio Aut, una piccola stazione radiofonica indipendente.
A trent’anni dal suo brutale assassinio, “La Storia in giallo” rende omaggio a Peppino Impastato, diventato ormai figura simbolo della lotta alla mafia.

Antonella Ferrera intervista Claudio Fava, giornalista, scrittore e autore insieme a Monica Zappelli e Marco Tullio Giordana della sceneggiatura del film “I Cento Passi”.

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La lettera del giorno |Sabato 17 Maggio 2008

L’8 per mille viene assegnato calcolando l’intera massa dei contribuenti nonostante l’80 per cento degli stessi non si esprima mai sulla sua destinazione. La Chiesa cattolica e gli altri beneficiari si appropriano proporzionalmente di tutta la massa nonostante la piccola quantità assolutamente minoritaria delle indicazioni esplicite. Se la percentuale della Chiesa cattolica è il 70 per cento del 20 per cento dei contribuenti, diventa automaticamente il 70 per cento di tutti i contribuenti.
Inoltre l’uso dell’8 per mille viene comunicato dalla Chiesa.
Non esiste alcuna certificazione di una società di certificazione o di un organismo di controllo pur trattandosi di somme enormi (miliardi di euro).

Pietro Ancona

La ripartizione delle somme fra i beneficiari dell’8 per mille avviene con il ritardo di alcuni anni, ma la Conferenza episcopale può contare ogni anno su una somma «a valere sull’anticipo dell’8 per mille Irpef», che è stata per i redditi del 2006, salvo errore, di 929.942.977,17 euro. La somma è stata così ripartita: 335.932.000 euro per il sostentamento del clero, 399.010.977,17 per le esigenze di culto della popolazione, 195.000.000 per gli interventi caritativi in Italia e nel Terzo mondo. È stato osservato criticamente che la percentuale della somma destinata al Terzo mondo è relativamente modesta e che gran parte del denaro rimane in Italia. Ma è comprensibile, a mio avviso, che la Cei pensi anzitutto alle esigenze della Chiesa italiana e alla sua missione nel Paese della propria «giurisdizione». Suppongo che le altre conferenze episcopali utilizzino le somme di cui dispongono con gli stessi criteri. Aggiungo che personalmente non ho alcun dubbio sul modo in cui la Cei, complessivamente, utilizza il denaro. Credo che i suoi sacerdoti e le sue opere facciano un buon lavoro soprattutto sul piano assistenziale.
Il vero problema, su cui è permesso avere qualche dubbio, è il criterio di ripartizione del contributo che lo Stato italiano ha deciso di applicare. Gli italiani che indicano espressamente il beneficiario dell’8 per mille rappresentano una percentuale che è stata in questi anni, secondo l’Agenzia delle entrate, di poco superiore al 40% del totale dei contribuenti. Fra questi la maggioranza (quasi il 90%) sceglie la Chiesa cattolica, mentre gli altri preferiscono indicare nell’ordine lo Stato, la Chiesa evangelica valdese, l’Unione delle comunità ebraiche italiane, la Chiesa evangelica luterana, le Assemblee di Dio, l’Unione italiana delle chiese cristiane avventiste. La logica vorrebbe che la Cei ricevesse il 90% dell’8 per mille prelevato sui redditi di coloro che hanno fatto una scelta. Ma lo Stato italiano ha deciso di applicare la percentuale di ripartizione anche a coloro che non hanno scelto. È un criterio generoso da cui traggono vantaggio anche i beneficiari minori. Ma in un Paese dove la grande maggioranza è cattolica, è la Chiesa, naturalmente, che riceve il beneficio maggiore.
Non è tutto. In altri Paesi (la Germania per esempio) lo Stato è soltanto un ufficiale pagatore. Chiede ai suoi contribuenti se intendono destinare volontariamente una percentuale dei loro redditi alla Chiesa di cui sono fedeli e trasferisce la somma al destinatario. In Italia invece l’8 per mille è sottratto al gettito fiscale: una formula che è considerata da qualcuno un «aiuto di Stato» e che molti considerano incompatibile con le caratteristiche di uno Stato laico.

La Conferenza Episcopale Italiana, che sempre più intende svolgere un ruolo di ispirazione valoriale nella scuola pubblica, è recentemente intervenuta sulle Indicazioni per il curricolo per il primo ciclo di istruzione e ha, inoltre, proposto i nuovi “Obiettivi di apprendimento (OA)” e i “Traguardi per lo sviluppo delle competenze (TSC)” relativi all’insegnamento della religione cattolica.

Con la CM n. 45 del 22 aprile 2008 il Ministro Fioroni accoglie il documento della Conferenza Episcopale e “avvia la prima attuazione dei relativi contenuti al fine di consentire anche alla religione cattolica di inserirsi adeguatamente nei Piani dell’offerta formativa che le scuole stanno attualmente redigendo per il prossimo anno scolastico”.

Alla Circolare, inviata ai Direttori Generali degli Uffici scolastici regionali, sono allegati tre documenti della Conferenza Episcopale:

  • allegato 1: contiene la proposta di integrazione della Conferenza relativa agli obiettivi e ai traguardi della religione cattolica e al testo delle Indicazioni per il curricolo;
  • allegato 2: contiene la legenda della proposta,
  • allegato 3: contiene il protocollo di prima attuazione della bozza di traguardi e obiettivi per l’insegnamento della religione cattolica.

Per inscrivere questo pesante intervento della CEI e le conseguenti (non condivisibili) decisioni del Ministro dentro i processi di cambiamento in corso nella scuola, occorre far riferimento sia al percorso di attuazione della legge 53/’03 che alla disciplina che regolamenta l’insegnamento della religione cattolica nella scuola statale.

Quest’ultima discende dal Concordato fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (Legge 121/’85), dall’Intesa fra Ministero della Pubblica Istruzione e CEI (approvata con DPR n. 751/’85 e integrata poi dal DPR 202 /’90) e da alcune circolari attuative successive.

L’Intesa del 1985 prevede che i Programmi di insegnamento della religione cattolica relativa a tutti i gradi di scuola vengano adottati con DPR, su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione d’intesa con la CEI.

Infatti con i DPR del 1986 (n. 539 per le scuole dell’infanzia) e del 1987 (n. 204, n. 350 e n. 339 per le scuole elementari, medie e superiori) vennero approvati i Programmi dell’Insegnamento di Religione Cattolica.

Infine, a seguito dell’approvazione della Legge 53/’03 e del D.lgs 59/’04 – cui furono allegate le Indicazioni nazionali – venne stipulata una nuova Intesa fra il ministro Moratti e la CEI con la quale vennero introdotti nuovi obiettivi specifici di apprendimento da allegare alle Indicazioni nazionali.

Oggi, con la sperimentazione delle Indicazioni per il curricolo, la CEI propone nuovi “Obiettivi di apprendimento” e “Traguardi per lo sviluppo” dell’IRC da integrare nelle Indicazioni per il curricolo e, parallelamente alla sperimentazione biennale delle Indicazioni per il curricolo, propone una sperimentazione degli Obiettivi e dei Traguardi per l’IRC.

Entrando nel merito della proposta della CEI rileviamo alcuni fatti che sono netta in contrapposizione con il carattere laico della scuola pubblica:

  1. la CEI si propone esplicitamente, nell’allegato 2, di andare oltre il proprio mandato, relativo agli obiettivi e traguardi IRC, e di integrare il testo introduttivo per “rendere più evidente l’apertura alla dimensione religiosa e gli agganci alla religione cattolica in riferimento al patrimonio storico e culturale del popolo italiano”. I valori di riferimento per tutti in una scuola laica come è la nostra sono quelli costituzionali e non è compito della scuola aprire alla dimensione religiosa che, in una società a carattere sempre più multiculturale, rappresenta una dimensione rispetto alla quale esistono orientamenti e sensibilità diverse, tutte da rispettare profondamente. Semmai il problema è quello di affrontare nella scuola la storia delle religioni come un patrimonio culturale importante per la formazione culturale degli studenti, ma è evidente che ciò richiede che il problema venga affrontato in tutt’altra luce che il primato di una religione sulle altre.
  2. sempre nell’allegato 2, la CEI propone di integrare la religione cattolica fra le aree disciplinari collocandola in quella linguistico-artistico-espressiva, come naturale esplicitazione di una dimensione implicita di quell’area. Mediante questa affermazione la CEI rivendica l’inserimento in modo integrato ed organico, nel testo delle Indicazioni per il curricolo, di osservazioni e indicazioni sul valore della dimensione religiosa cattolica, che in questo modo rivolge a tutti – quindi superando gli stessi vincoli contenuti nel Concordato – attribuendole un carattere valoriale di base.
  3. l’allegato 1, infatti, richiama la necessità di offrire a tutti l’IRC “in quanto opportunità preziosa per la conoscenza del cristianesimo, come radice di tanta parte della cultura italiana ed europea”, IRC che si offre “come preziosa opportunità per l’elaborazione di attività interdisciplinari, per proporre percorsi di sintesi che, da una peculiare angolatura, aiutino gli allievi a costruire mappe culturali in grado di ricomporre nella loro mente una comprensione sapienziale e unitaria della realtà”.

Fin qui le richieste della CEI.

Ma il loro accoglimento da parte del Ministro Fioroni e la trasmissione alle scuole dei documenti, sia pur in forma sperimentale e dunque non definitiva, si configura come una rottura grave del carattere laico che deve avere la scuola pubblica fondata sui valori costituzionali, in cui si debbono riconoscere tutti i cittadini italiani, e questa rottura avviene superando gli stessi impegni contenuti nel Concordato del 1985 e nella successiva Intesa.

Siamo in presenza non solo di una esplicita abdicazione, da parte del Ministro, della prerogativa di laicità della nostra scuola statale contenuta nella Costituzione ed ampiamente ribadita dalla Corte Costituzionale, ma anche di una scelta che – se attuata dalle scuole – aprirà immediatamente una serie di pesanti contraddizioni sul versante del rapporto con un altissimo numero di alunne e di alunni provenienti da altri Paesi.

La FLC ritiene che il diritto della CEI, sancito da Intese con lo Stato, di definire i contenuti dell’insegnamento della religione cattolica, non può compromettere in alcun modo il carattere laico della scuola pubblica e delle Indicazioni per il curricolo rivolte a tutti gli studenti, avvalentesi e non avvalentesi.

Le integrazioni al testo delle Indicazioni, proposte dalla CEI, determinano una modifica dei contenuti degli insegnamenti previsti per tutti, che violano i diritti degli studenti e delle famiglie che non intendono avvalersi di tale insegnamento.

Roma, 14 maggio 2008

flc cgil federazione lavoratori della conoscenza

CITTA’ DEL VATICANO - “E’ possibile credere in Dio e negli extraterrestri” e “si può ammettere l’esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell’incarnazione e nella redenzione”. Lo afferma il direttore della Specola vaticana, padre José Gabriel Funes, in una intervista all’0sservatore romano. L’astronomo gesuita conferma inoltre che la nuova sede della Specola, nel monastero delle basiliane ad Albano, dovrebbe essere pronta fra circa un anno. Lì, al confine tra le Ville Pontificie e Albano, si trasferiranno gli studi, i laboratori e la biblioteca della Specola, dalla attuale sede storica nel Palazzo apostolico di Castel Gandolfo.

Anche se “molti astronomi non perdono occasione per fare pubblica professione di ateismo”, rimarca il direttore della Specola Vaticana, “é un po’ un mito ritenere che l’astronomia favorisca una visione atea del mondo. Mi sembra – aggiunge – che proprio chi lavora alla Specola offra la testimonianza migliore di come sia possibile credere in Dio e fare scienza in modo serio”. “Come esiste una molteplicità di creature sulla terra, – afferma padre Funes – così potrebbero esserci altri esseri, anche intelligenti, creati da Dio. Questo non contrasta con la nostra fede, perché non possiamo porre limiti alla libertà creatrice di Dio. Per dirla con san Francesco, se consideriamo le creature terrene come ‘fratello’ e ‘sorella’, perché non potremmo parlare anche di un ‘fratello extraterrestre’? Farebbe parte comunque della creazione”.

A proposito dei problemi che altri mondi porrebbero al concetto di redenzione, l’astronomo osserva che “se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore”. E se questi extraterrestri fossero peccatori? “Gesù – osserva il gesuita – si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini”.

Fonte ANSA

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