Segnalato da Pietro Ancona
Paolo Flores d’Arcais
Sarebbe accettabile che un tabaccaio rifiutasse di fornire a chi la richiede la schedina del lotto o di qualsiasi altra scommessa legale, perché “in coscienza” considera il gioco d’azzardo un peccato mortale (o sociale)? Potremmo magari simpatizzare con il suo rigore, e trovare indecente che lo Stato si faccia biscazziere, ma chiederemmo che ne dia prova cambiando mestiere. Perché il cliente ha diritto a giocare la sua schedina.
Ho utilizzato esempi diversi, che hanno un diversissimo impatto etico e sociale, dunque una importanza non assimilabile. Ma la logica è sempre la stessa. Chi trova da obiettare in coscienza contro i doveri legati ad una professione (che sono l’altra faccia dei diritti garantiti dalla legge ai pazienti, clienti, consumatori, insomma ai cittadini) non intraprenda quella professione. Punto e basta.
La tradizione dell’obiezione di coscienza ha infatti una lunga e nobile storia di lotte, che riuscì alla fine ad affermare un principio civilissimo. Ma quel principio e quelle lotte nascono, come è noto, contro una misura che era costrittiva: la leva militare obbligatoria.
In quel caso non si trattava della scelta di una professione, ma di un obbligo. Il renitente alla leva, perché la sua coscienza non gli consentiva di portare armi, finiva in carcere. Il diritto all’obiezione di coscienza – diritto civilissimo, ripeto – e conquistato a costo di enormi sacrifici, voleva garantire la possibilità di “dire No” a un obbligo (quello del servizio militare e conseguente uso delle armi). Ma l’obiezione di coscienza di chi scelga la carriera militare come professione, o decida di fare il poliziotto o la guardia giurata, sarebbe una contraddizione in termini. A portare le armi non lo obbliga nessuno. Se la coscienza glielo vieta, non scelga quelle professioni.
Avrebbe senso fare il prete cattolico, e poi pretendere obiezione alla celebrazione del matrimonio, perché “in coscienza” non si crede più alla indissolubilità dello stesso? E un testimone di Geova, infermiere o medico, ha diritto ad obiettare alle trasfusioni di sangue, per lui peccato mortale esattamente come per Ratzinger sono peccato mortale l’aborto o l’eutanasia? E un medico di fede musulmana potrà obiettare, e non visitare o curare un paziente, perché di sesso opposto? In Inghilterra a questa aberrazione siamo già arrivati. E un ebreo fondamentalista, che abbia intrapreso la professione del medico anatomo-patologo, potrà rifiutarsi di avvicinare cadaveri perché lo rendono “impuro”?
Potremmo continuare a moltiplicare gli esempi. Spesso drammatici, in generale seri, talvolta frivoli o perfino comici. Ma la risposta non può che essere sempre la stessa: di fronte a un diritto garantito al cittadino, chi in coscienza non può soddisfarlo scelga una professione diversa, che non lo metta in conflitto con la propria coscienza. Altrimenti, avremo tante leggi quante le opinioni morali, cioè l’arbitrio di ciascuno di calpestare i diritti altrui, con l’alibi della “coscienza”.
Infine: colpisce, in questo ennesimo conato di sopraffazione clericale, la postura difensiva dei “laici”. Bene che vada si reagisce, con toni più o meno “misurati”, quando un Ratzinger, un Ruini, un Bertone, un Bagnasco, architettano l’ennesima incursione contro la laicità democratica. Mai che si prenda l’iniziativa, che si provi a determinare l’«agenda», sul diritto all’eutanasia, sulla Ru486, sulle staminali e la ricerca, sull’abrogazione del Concordato. Mai che si dica: o così o non vi votiamo.
Considerato il fatto che non mi sono ancora costruito una ben precisa opinione morale sul fatto e’ indiscutibile che la materia è delicata. Di fatto il farmacista cattolico si trova di botto con la responsabilità di vendere ciò che serve per un omicidio. A differenza del soldato o del venditore di armi medico e farmacista non vendono un deterrente, un’arma di difesa anche se pur sempre un’arma. Per esempio una cosa è vendere uno stock di armi alla polizia di stato, una cosa venderlo ad un boss mafioso. Oppure una cosa è vendere dinamite a un geologo, una cosa venderla a un ladro. Ancora: una cosa è costruire esplosivo per le cave una cosa è costruire un pappagallo verde! ( i pappagalli verdi costruiti anche in italia sono delle mine antiuomo a forma di giocattoli che vengono paracadutati o cmq disseminati vicino ai centri abitati col preciso intento di mutilare i bambini che attratti dalla forma ci giocano con le conseguenze che immaginiamo).
Ora ad un costruttore è lecito rifiutarsi di costruire pappagalli verdi? E’ lecito che nonostante le richieste vessanti degli stati o delle fazioni in guerra possa decidere di non costruirli spostando il suo target dalla guerra alle cave?
Certo ne subirà un notevole danno di immagine, economico… ma è nella sua libertà? Oppure la sua funzione sociale di costruttore di esplosivi lo costringe a costruire ciò che non vuole? Dovrà costruire pappagalli verdi o no?
In ultimo è lecito per chi crede che costruire pappagalli verdi sia filosoficamente immorale dialogare con chi crede nella stessa cosa e spiegargli che può riconvertire i suoi impianti e non vendere quello strumento di dolore?
E insieme questi secondo voi possono dialogare con i costruttori convinti del loro prodotto che sarebbe meglio cambiare target?
La risposta a voi.
La chiesa è un business economico che si basa sugli allocchi. Se uno fa il medico, deve fare quello che il paziente gli chiede, perche in quel momento è il cliente.
Le scelte personali le fa su se stesso e basta.